sabato 14 agosto 2010

Quarkettoes: L'estinzione del tuttofare della dittà. (ultima puntata)

Buonasera a tutti i seguitori di Quarkettoes!
Ultima puntata dedicata all’enigma scientifico incarnito, o anche incarnato, dall’estinzione del tuttofare della dittà!
Punti esclamativi a spiovere!!!
Vi ricordate le precedenti puntate? Sì?
Allora bando alle ciance!
Via!!!

Mail del 25 agosto 2005

Oggetto: programma orario di oggi

ciao a tutti: emma, mary-jane, betty oggi sono in ufficio mattinata ovvio
pero (e uno) che alle 12:00 vado via. non oho (la acca va prima o va dopo? Boh, mettiamola in mezzo che tanto méson te kai áriston) con me il cellulare purtroppo
dimenticato. ciaoooo scappo HO dafare (perché uno ci ha del dafare o non ci ha del dafare, e se cell’ha ha del dafarismo in corso, ed è tuto in-dafarato) wilson

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Mail del 26 agosto 2005

Oggetto: presenza oggi

Saro (e due) in ufficio nel pomeriggio dopo la pausa pranzo.

Grazie Betty: si ho notato che c'è un qualcosa che ostruisce tappa (ostruisce e/o tappa?) il lavabo (qui ci vuole un "che"?) adesso sgorga pero (e tre! Ok, non gli piace la “o” accentata, agli atti!) è ancora dentro appena mi viene in mente un'idea o (e/o) un utensile adatto lo estirperò. (mi piace questa immagine del Wilson tutto maschio, maniche rimboccate, tutto muscoli e vene che pulsano, che estirpa la poltiglia vomitosa che intasa il lavandino e la alza vittorioso al cielo… oh, mio eroeh, ci ho le caldane)

Poi riallacciando la ultima comunicato (ultima comunicatio? Osti ci diamo al latinismo come se fossero noccioline) e mail (e/o mail? Ahhh, questo uso disinvolto delle congiunzioni rimarrà un enigma) di Emma, grazie.

Io per la verità in passato mi accordai un po (se metteva la “o” accentata qui mi buttavo in Lambro) con tutti; ogni tanto lo faccio, lo sanno già, (attenzione, da qui in poi leggere con attenzione) ho sempre detto specie a coloro che hanno quasi sempre la scrivani piena di documenti che temono di non trovarsi poi il giorno seguente, possono tranquillamente decidere quando potrò intervenire qualora volessero rispolverare la postazione. Poi ci sono quelli addirittura che
come me preferiscono farlo da se cioè con le proprie mani.
(tutto chiaro? Ditemi quando posso pulirvi le vostre fottute scrivanie, oppure pulitevele anche da soli, eh?)

ciao wilspn (sì, con la “p”)

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Mail del 23 settembre 2005

Oggetto: sifone - wc

Lavandino funziona sifone cambiato. (stop)

Stamattina non ci sono. (stop)
Ci vediamo o sentiamo buonagiornata (stop)

Wilson
(e stop)

E questa, amicicioni, era l’ultima mail pergiuntaci… pervenci… vabbe’, chi va col Deadpool, come si dice…
Dopo di ciò, il buio.
Deadpool sparisce.
Che cosa sarà successo?
Da quel che si può evincere dal carteggio, la sua nemesi pare essere la Regina Bianca, più che altro… che amabilmente denominò “nostra signora degli insolventi”, lampo di genio tra tanti di cui ci fece omaggio.
La solita storia: niente contratto, soldi in nero, e anche pochi e sospirati. Ergo: rottura dei rapporti, male parole che volano, coppini e vecchie a tradimento, io ti licenzio, no ti licenzio io, cioévolevodire, MI licenzio io, porte sbattute, possibilmente con delle teste casualmente poggiate sullo stipite...
Ovviamente: nessuna comunicazione ufficiale.

Concludiamo con le parole del nostro intramontabile eroe, il Deadpool:
l’Internettoes Spa, questa piccola unione sovietica “che ci piaciue tantoo”.

Ci vediamo o sentiamo buonagiornata
Peppe Angela

domenica 1 agosto 2010

Giugno sempre.


Le camminate, andiamo a esplorare, sulle salite liguri, senti l’albicocca del contadino com’è buona, i piedi abbronzati negli zoccoli che fanno quel rumore di legno solo se sai come camminare, oggi il mare è blu vento, continuiamo che si arriva a Sanda e se vai più su c’è Sassello, è c’è fresco, quasi freddo, anche adesso, che c’è caldo, c’è l’erba, e le risate delle ragazze di Giugno.

Sei lì davanti al getto, calore e camicia sudata, e i tetti gialli di afa…

La casa buia che ha un odore d’estate, di nonni che non vanno mai al mare, di pavimenti passati con la lucidatrice prima di partire, di stomaco che si chiude, mangiamo solo cose fredde, poi dobbiamo ripartire, tornare sull’autostrada che sbuca dal monte e ti tuffi di già, aspetti l’uscita, il tunnel e quella curva che non finisce mai, e sbuchi in pineta, e ti aspettano tutti, la crocetta, il croccante, la focaccia e prosciutto, e fumare, e le chiacchiere degli amici di Giugno.

… i calzoni sbattono, quel soffio rovente, i capelli fradici e sole…

Il corpo bagnato, i cavalloni coi sassi, le grida di sfida, le cosce di donna che sanno di sale, il bagno vestiti, le piste di sabbia, le biglie, Bitossi e Boifava, le partite là al campo, di sotto i pilastri, il tifo delle ragazze, se segni o ti sbucci, e la sera hai un’aria da eroe, il gelato, le birre, le sbronze e il futuro degli occhi di Giugno.

… e sei fermo.
Di fronte a quel muro e a quel condizionatore.
Ustiona il tuo viso, sei fermo e lo fissi, schiaffeggia i vestiti pesanti, sporchi e stanchezza.
Chiudi le palpebre, che grande fatica, riapri, richiudi, riapri, fatica.
Quel torrente di vapore ti strappa, percuote, barcolli, le braccia cadenti, le gambe di pasta.
Guardi di lato, più giù, discesa di pareti, slavate di luce, di fumo, vapore, e alberi secchi, terrazze, poi piazze, poi viali e cabine di autobus di questa città.
Poi respiri, boccata bollente, e curvi, vai su… eccolo là, il tuo cielo di Giugno.

E lo sai.
Lo sai col sorriso di Giugno.
Dai le spalle a quell’aria incazzata che chissà quale ufficio ti sputa, ti ingolfa il colletto, la schiena e i tuoi passi.
Lo sai che Luglio poi arriva.
Ma per te sarà Giugno.

giovedì 29 luglio 2010

Humor grigio #16 (pillole amare)

Eccovi un pastiglione infrasettimanale, giusto per rovinarvi la digestione del quasi venerdì.
Non dite che non vi regalo mai niente.


Bruce Banne
r: Reed (Mr Fantastic), ma tu sei buono come Gandhi!


Impossible
Man: Reed... tu gandi?


Se non avete capito, meglio: la vita è bella quando non capisci l'impossiblella. È quando la capisci che vedi il mondo a neri strisci.

domenica 25 luglio 2010

Paraddosso.

Sono me stesso quando non sono me stesso.

mercoledì 21 luglio 2010

Faccende domestiche.


Odiava lavare i pavimenti.
Odiava tutti i lavori di casa. I sanitari, la stupida moquette, non aveva voluto toglierla appena arrivato, e ora era un nido di peli, briciole, che non aveva mai voglia di passare all'aspirapolvere. La cucina, i vetri delle finestre, la patina di nicotina che si accumulava.
Odiava dovercisi dedicare, a 'ste cose.
Ma i pavimenti erano il peggio.
Sudava come una cisterna indiana, vedeva le goccioline che si schiantavano sul pavimento umido di mocio appena passato, poi ripassava il mocio, su e poi giù, su e poi giù, spostandosi orizzontalmente, e goccia, mocio su, goccia, mocio giù, goccia, su, goccia, giù.
Era metodico almeno.
Ma stancante, poi tremava di fatica, il corpo lucido d’umidore, quando finiva, la sigaretta tra le dita vibrava mentre aspirava.
Ma oggi gli toccava farlo.
Lavare quel pavimento.
Mattonelle arancioni, tutte rovinate da sfregi, ammaccature, che davano sempre l'impressione che era rimasto qualche peluco, qualche agglomerato di schifo, anche dopo la pulitura a fondo, rettangoli uno dopo l'altro, e lava, lava, mocio su, goccia, mocio giù, sembravano non finire mai.
Eppure si trattava solo di cucina e bagno, visto che in sala c'era la moquette.
Ma non finivano mai, quei rettangoli.
E gli toccava proprio farlo, 'sta volta.
Lo odiava, e doveva farlo.
Era già la terza volta di seguito che ripassava quella superficie dall'aria tonta, grossolana.
Perché le prime due volte, quando si era asciugata, quel colore fesso, era... più ruggine, che arancio.
E allora aveva ricominciato, lavato una seconda volta, e ora una terza.
Sfrega, mocio su, goccia, mocio giù, goccia, sfrega, mocio su e mocio giù.
Gambe che tremano, braccia che tremano, vista un po' appannata.
Ma l'aveva sgozzata così, tutto d’un botto, mentre si lamentava che faceva caldo, si lamentava sempre, sempre, sempre e sempre, e lui zitto, e che caldo che faceva in quella casa, e che non sopportava il contatto con una maglietta, e figurati addirittura scopare, e lui zitto, e perché non ti sei comprato il condizionatore?, e perché non almeno un ventilatore?, e sei pigro, e non fai mai niente, e lui zitto, e che caldo in questa casa, e ancora, e ancora, tutte le volte che veniva lì, sempre e sempre così, e lui zitto, e allora sai che c’è?, adesso vattene affanculo tutto d’un botto: l'aveva sgozzata così, su due piedi.
Quindi ora gli toccava proprio.
Si era avvicinato con calma, da dietro, un soffio secco, una mossa da artista di circo, spettacolare, teatrale, prima il braccio sinistro a circondarla, tenendole dolcemente le spalle, e lei che si zittiva, ma come, ti dico che fa caldo e mi abbracci?, e poi la mano destra che veloce le tagliava la gola, da sinistra verso destra, il grattare della lama sulla pelle che si sfalda, continuando il tragitto, amplificato di spalla, un'apertura alare, un getto fluido, denso, lo schioccare lascivo di liquido su materiali lucidi, uno scroscio di pisciata su plastica dura, e il braccio disteso nella sua lunghezza da palcoscenico, col coltello seghettato ancora in pugno, il corpo lasciato libero dall’abbraccio, il suo rumore di uova spiaccicate al suolo, et voilà mesdames et messieurs!, applausi, applausi per Dio!, e giù inchino.
Applausi, sipario.

Quindi poi aveva dovuto buttarla via, materiale da scena inservibile.
Buttarla insieme alle sue cose che si portava dietro quando si fermava da lui, buttarla dentro un cassonetto a isolati di distanza.
Dentro la notte deserta di città.
Una palla, ma niente in confronto a tutto quel cazzo di sangue.
Odiava lavare i pavimenti, ma ‘sta volta doveva proprio farlo.

Ecco, ora aveva finito di ripassare le stronzissime mattonelle arancioidi.
Per la terza vaffanculissima volta.

Ma niente: dopo venti minuti di tremori, sigaretta, acqua per reidratarsi, quell’idea di ruggine era ancora lì.
Per rettangoli e rettangoli, all'infinito.
Non se n’era andata nemmeno ‘sta volta.
Niente… altro secchio, altro giro: di nuovo a cercare di lavarlo via, quel sangue.
Certo che però… Uno fa uno, dico un gesto teatrale, ma uno solo!
Uno unissimo nella vita!
E che cazzo, ma ti pare che lo deve pagare così?
Poi dice che la gente non va più a teatro.

E vabbe’, al lavoro.
Mocio su, goccia, mocio giù.
Goccia.

sabato 17 luglio 2010

Humor grigio #16 (pillole amare)

Impossible Man è partito, era uno, non cercarlo quaggiù, se c’è stato è cascato, spappolato nel blu!
Vabbe’, è in ferie, via.
MA: si è peritato di inviarmi missiva che raccoglie le sue bat tute (proprio così le noma, BAT TUTE, rubate a BAT MAN, sic, ventata di aria fresca), perché vogliamaiddio che qualcuna me la perdo, e lui me ne sostenta prontamente!
Quindi, vergate manu propria, ora le contemplo tra l’ammirato e lo stirato.
E ve le propino una ad una, in pillole.
L’amaro boccone.

Bruce Banner: Impossible… Hai le forbici?

Impossible: Sì, ma le usano soprattutto i ciclisti... for bici!

Rebus: immagine della targa di Varese, lettera EFFE, immagine di un sostenitore accanito, immagine di un retro-sotto-busto.

martedì 13 luglio 2010

Musica da cortile.


Mi fanno male gli occhi, mi concentro sulla traduzione, sullo schermo.
Finestre aperte, mezzogiorno di domenica: rimbalza dentro casa, sui mobili, rotola sulla scrivania, il tonsillare di Gigi D'Alessio, più e più volte, diverse canzoni, mai sentite, e si accompagna a singhiozzo una voce di donna, calda, roca, niente male, ma stonata.
Sbuffo, mi massaggio tra occhi e naso, scelgo l'mp3 giusto: gli sparo a 10 i Sepultura, glieli erutto fuori.
Tutti gli uomini suonano a dieci.
Se non puoi farteli amici, combattili.

Cammino nel vialetto del cortile, mi sembra quasi di lasciare muri di calore ai miei fianchi, alti, traslucidi, ipnosi da caldo assolato.
Raggi eterei di musica aliena reticolano di fronte a me. Rallento il passo, mi fermo, alzo il capo a cercare la finestra.
Il sassofono (tenore... sì, tenore secondo me) tesse la sua tela di arpeggi semidiminuiti.
Attraverso la rete di note in punta di piedi, surreale, geometrie ellittiche, sorridendo a quel richiamo di altre dimensioni.

Alle sei di mattina c'è un altro merengue, quando mi tolgo la cuffia, tanto è sabato, domani non faccio niente, posso guardare film all'infinito.
Poi finisce, le risate, frasi ad alta voce di maschio spagnolo, scrosci di urla polifoniche, le risate ancora le risate di femmine sudamericane, spiovono, perforano letto e divano, picchiano duro, accoltellano, feriscono occhi e stomaco.
- Basta! Dobbiamo dormire!
Un attimo di silenzio, dopo l'ennesimo sbottare di anziana esasperata.
- Segnorra se vede che non è mai stata giovane!
La donna del capo, i suppose, e le risate, le risate dietro di lei.
Com'è che nessuno chiama la polizia, mi chiedo, saranno pericolosi, mi rispondo.
Esito un attimo a rimettermi le cuffie verso un altro film, inizia una salsa calipsata mica male, con dei nachos e del chili, viene fame se ci pensi.
Mi accendo una sigaretta.

Davanti al computer, scelgo quale telefilm guardare.
Cristalleria di metallo, una filastrocca di pianoforte marcia composta come tanti soldatini di piombo che scendono dall'alto, entrano dalla mia finestra, luccicano al sole che passa tra le foglie dell'albero, un due, un due, siamo We are the champions dei Queen, per l'ennesima volta riprovata, con i soliti errori, le solite crepe che cigolano l'esecuzione rigida come una pianola a manovella.
Sorrido, suonala ancora Sam.
Che comunque ci piace, ci spensiera, annuisce la gatta.

Chiudo il getto d'acqua della doccia.
Mi infilo l'accappatoio, mi sfrego i capelli nel cappuccio.
Appena smetto l'aria calda del bagno viene levigata dal filo corposo di un violoncello.
Vola, si scioglie, respirando da ogni poro che riesce a trovare per entrare da me, e uscire, e volare ancora, verso il cielo dell'estate.
Esco dal bagno, mi accosto alle persiane chiuse della cucina.
Chissà chi sei, tra tutte queste facce disperse, sportine della spesa, zaini, cazzuole e ventiquattrore, chi sei tu, angelo di ringhiera.
Chiudo gli occhi, annuso le volute armoniche, il vibrare e il levarsi.
La gatta sul davanzale, rimaniamo così.
Appesi a questo aquilone di luce.