lunedì 1 novembre 2010

Tuffo nel flou.

È un uomo qualunque, una vita normale, tra le tante.
Vive da solo, non ha mai avuto una relazione vera, i progetti, i desideri, quel futuro che fa parte di tutti i giorni, immaginato, masticato assieme, quello gli manca, ma resta una vita decente, emozioni, risate, amici, parole, amiche, sesso, affetto. Una vita che va bene così.
È un uomo qualunque, ma va bene così.

Sì, vero, a volte gli prende qualcosa dentro, ascolta tanta musica, ad alto volume, a occhi chiusi, dondola la testa, vola chissà dove.
Ma poi torna, perché va bene, è una vita qualunque, ma va bene, ci puoi tornare senza morire.

Però certe notti… certe notti sente qualcosa.
Allora esce e cammina, cammina, verso il mare, la spiaggia, poi il lungomare spazzato dalla solitudine, la carta straccia nel vento, un paese addormentato già da ore, i granelli di sabbia e sale sotto le scarpe, il bavero alzato, la testa bassa.
Arriva fino al molo, e cammina, cammina fino alla fine, dove ci sono gli scogli, il mare che sbadiglia la sua potenza d’inverno, il fragore, nebbia d’onde tra i capelli, urlo gutturale, immenso e scuro.
Si siede, guarda tutto quel nero, luci lontane, lampare, Arenzano seduta lì di fianco, a volte Genova in fondo al nulla, e si stringe stretto.
Immagina i figli che non ha. Le colazioni, le domeniche, il sole che fa brillare la tavola, sua moglie che sorride di nascosto. Si immagina seduto per terra che fa buffe costruzioni coi lego, suo figlio che ride, sua figlia che lo rimprovera perché non fa il serio.
Pensa che non li avrà mai.

Allora piange.
Inizia come un mugugno, tra il cuore e le costole, poi dilaga dalla bocca, a voce alta.
Le lacrime sulle labbra spaccate, la gola scorticata.
Piange forte.
Come un bambino.
Tanto nessuno lo sente.

martedì 12 ottobre 2010

L'uomo di Schrodinger.

Il mio mondo è nero.
Queste quattro mura sono nere, la mia aria è nera, la mia pelle è nera, come il tempo, immobile e nero.
Sono l’uomo di Schrodinger.
Non so quando, la mia memoria, anche lei, è inghiottita dal nero… ma un giorno accettai di entrare in questa catbox, questa scatola nera, una cabina attrezzata per l’esperimento del gatto di Schrodinger, perché… avevo un debito con la società. L’alternativa era la formattazione cerebrale… o il cervello rasato, o la catbox.
Il primo uomo nella catbox. Dopo l’homo sapiens, ecco il primo uomo di Schrodinger. Il primo che è vivo e anche morto.
Che evoluzione.
Volevano osservare cosa succede all’attività subatomica dei neuroni di un uomo che è vivo e morto assieme, ma poi…
Sono in questo posto senza luce, senza suono, senza calore, senza speranza. Una cavia dalle mani nere, il respiro nero, il sonno nero.

Mi annido qui in fondo, nel buio mi acquatto. Vi attendo, sospendo, neanche sospiro. Rintano qui in basso,appiattito qui al varco. Nell’angolo vivo, di freddo furore. Il tempo non cede al mio odio paziente. Inatteso vi aspetto, e sorrido, sorrido sguaiato.

Il mio presente è nero, il mio futuro è nero, e anche il mio passato marcisce nel nero, ogni giorno più nero.
Inizio a fare fatica a credere che la mia vita è fuori di qui, anzi, che abbia mai avuto un’altra vita che non fosse questa.
Sono nato nel nero, le mie radici sono nere, il mio pianto è nero, il mio ombelico è nero.
Ho pensato tanto, non ho altro da fare qui dentro.
I primi tempi mi stendevo su questo pavimento nero, e guardavo là in alto, dove un giorno si sarebbe aperto lo sportello, e la luce pian piano si sarebbe fatta strada, mi avrebbe coperto, scaldato, vestito… ma poi quella luce, anche quella… è diventata nera.
Allora ho pensato che forse la teoria ha una falla, che non ci sono solo due “me”, uno vivo e uno morto, che coesistono finché non viene aperta questa scatola, ma che ce ne sono infiniti… infiniti me che sono morti, infiniti me che sono ancora vivi, e non appena mi metti qui dentro tu crei queste infinite dimensioni in cui abitano questi infiniti me, che coesistono finché sto qui dentro e non mi osservi, ma poi…
Ma poi… in quale di queste dimensioni tu, aprendo la catbox, mi trovi, vivo o morto che io sia? In quale di tutte quelle infinite dimensioni che hai creato?
E se in un numero infinito dimensioni io esco di qui vivo ma in altrettante dimensioni non esco perché sono crepato? Che cazzo hai fatto a fare questo esperimento, eh?
Come potrai mai sapere tutti gli infiniti risultati, poi? In quelle dimensioni in cui sono vivo, secondo te che cosa è uscito di qui… quale cosa nera è strisciata fuori da qui, da me, che mi cresce dentro, ogni minuto nero che passo qui dentro, ogni battito nero, ogni lacrima nera che mi cola sul volto?

Nascosto, confuso di scuro, son pronto. Affilo i miei denti, i cattivi pensieri. Di silenzio è fatto il momento. Raccolto in un angolo, ascolto. Verrete, aprirete, e io sarò lì, esperimento riuscito, la scienza, la boria, e mille maniere per rendervi morti. A labbra conserte poi resterò, mirando il deserto di sangue che un tempo era voi.

La mia anima è nera. Muore di un veleno nero. Che non è quello del dispositivo subatomico che può scattare, o no, finché resto qui.
È sinuoso, muto, feroce e freddo. In agguato, nelle crepe del mio mondo, nero, di me stesso, nero.
Io sono anche nero.
Cosa uscirà, dove non muoio?
Cosa?

- Va bene, il grande momento è arrivato! Preparate gli elettrodi, monitor cerebrali pronti! Apriamo la catbox!
- Vediamo… vediamo… cosa abbiamo qui?

Io sono l’uomo di Schrodinger.
Io vi aspettavo da tanto...
Io: sono nero.

domenica 3 ottobre 2010

Epithymia. (HardTuba)

Buio.
Boccate calde.
Macchie leggere, di luce, monitor, lampada, scrivania, ditate, cenere, divano, crepe nel muro.
Ti calchi la tuba in testa.
Inizi.

Le mani sul body, sussurra il tessuto che pulsa di musica.
Un ritmo che è dolce, che è blu, di vetro che vibra.
Poi mani più giù, sui tuoi fianchi nudi, le cosce, le autoreggenti.
Soffio di carne, di macchie di luce, boccate di caldo, di scarpe col tacco.
Ti muovi, ti muovi, io vibro, tu vibri.
Curve di panna, fette di lampada, turgide, freddo di schermo, calda boccata, danzi, ti volti, ti pieghi, ti curvi, un filo di stoffa, le labbra, le chiappe, il naso che sfiora la pelle segreta, mi blocchi la mano che vuole la carne, il brivido fresco, e ti muovi.
Ti muovi.
Seno che ondeggia, capezzolo sfugge, mi tocca le labbra e ritrai, ritorna là sotto, quel bordo, a sudare, e via quella tuba, liberi riccioli, boccata di caldo nell’aria, sei lì, nel silenzio affamato, che pieghi una gamba, un arco di carne e saliva, la allarghi con gesto tranquillo, la posi col tacco sul braccio, il divano, ti apri sinuosa seguendo quel ritmo, sussulti, ti tendi, il profumo di fica che chiude i miei occhi, la mano che blocca il tuo piede dov’è, sento il nylon, rimani, le dita che affondano, natica nuda, il mio viso che morde il tuo succo che è sodo, ma tu ridi, divincoli, e muovi.
Ti muovi.
Ti allontani, sorriso puttana, il tuo culo sfiorato da luci affamate.
Ti giri, le tette scoperte, le mani, il buio sonoro, ricalchi la tuba, l’ombra sugli occhi, le gambe ora strette, struscianti, ti spogli, ti danzi e concedi, ti pieghi, vagina alla lingua, lo sguardo, la smania, il toccare, mani sporche da uomo su pelle tersa di donna, strizzare, succhiare, avere, godere.

Mi fai un gesto col dito: avvicinati, stronzo.
Mi alzo, ti seguo.
Cammini, sedere di latte, la schiena, i capelli, occhi verdi improvvisi, il tuo collo, la spalla, la guancia, son miei, sono notte, sono duro.
Sono tuo.

Sotto la tuba, solo scarpe col tacco.

martedì 21 settembre 2010

Fate silenzio.

A volte, guardando lo scorrere del tempo, si apre una finestra.
A volte la puoi anche scavalcare, oppure stare solo a vedere.
A volte però non sai mica dove finisci.


Non ne posso più di tutto questo rumore.

Cuando una noche de amor desesperados caigamos juntos y enredados, mentre sono al cesso che piscio, e sono le 5 di mattina, non dormo, ma non per questa musica che traspira dalla finestrella del bagno e dagli stipiti della porta di casa.
I vicini, argentini?, fanno bisboccia, sbadiglio, fa caldo, ho sonno, ma non posso dormire, dondolo il capo a ritmo mentre finisco.
Poi scherzano, parlano a voce altissima, volumi impossibili per me che sono di un altro tempo, ormai morto e sepolto, la musica che continua, cambiando canzone, qualcosa che non conosco, un pianoforte che segna il ritmo, e ancora gridolini di donna, anzi no, urla proprio, sembra che la stiano sgozzando, e pianti di bambino, un bambino sveglio alle 5?
Mi fermo ad ascoltare, devo uscire?

In Europa ognuno si faceva i cazzi suoi, si poteva morire senza che nessuno sapesse nulla per settimane… ma ormai non esiste più, è una casbah semidistrutta dalla guerra, che me lo dico a fare?

Origlio… una voce di maschio, quieta, e una di donna, disperata, arrabbiata?
Che cazzo succede lì fuori?
Poi mi viene un colpo, colpi, colpi, alla mia porta, pianto di bimbo: apro, e che cazzo, arrivo...
Corro in camera da letto, prendo tutto quello che riesco a prendere, bobine, fusibili, viti e cacciaviti, e sbatto tutto sotto il letto.
Questi ci hanno il sesto senso per le bombe.

- Fame entrare por favor...
- Eccomi…
Apro, e vengo travolto da una ragazza, una piccoletta.
-Ahem, prego eh?
Lei si chiude la porta alle spalle. Ansima.
Lo sa che non parlo bene la lingua, e usa l’italiano.
Che gentilezza.
- La mia amica e suo marito stanno... snap, snap....
Non le viene la parola: litigando. La sua amica crede che suo marito ci provi con lei.
- È pazza, ubriaca! Posso fermarmi achì? Esta noche?
La guardo, mi guarda, guarda il letto, mi riguarda, la guardo.
Mi vien da sorridere.
Sento la sua amica che urla fuori dalla mia porta, la voce bassa del marito, il bambino che ormai è un fiume in piena di lacrime, un calipso che insiste furioso di sottofondo.
Ci ho un brivido.
E che cazzo, ma proprio stasera?
Sbuffo.
- No eh, dai, dai, su, su... vai a fare pace con la tua amica, che se no, poi...
Son cazzi.
Ma veri.
La spingo quasi fuori, rimango un attimo lì con loro quattro, cercano di tirarmi dentro in quella loro telenovela da quattro soldi, ma non parlo, annuisco, faccio cenno di no col capo, allargo le braccia, ancora no e poi no.
Poi chiudo la porta, ciao ciao, fate i bravi.

Yo soy la tierra de tus raices, el talismàn de tu piel lo dice, e lo ridice, l'hanno rimessa su.
Non ne posso più di fare l’immigrato in questa America ispanica che si è estesa per tutto il nord del continente, divorando USA e Canada come fossero ghiaccioli semisciolti.
Del resto dove altro potevo andare?
In mezzo ai musulmani dell’afroeuropa? In Medio Oriente?
In mezzo ai cinesi del resto del mondo? Dove?
No, per un italiano rimane solo l’America.
Yo soy la tierra de tus raíces: a ver que dices tú, insiste la canzone.
Sei la terra delle mie radici... e vuoi sapere che ti dico?
Che la bomba è pronta.
E domani, altro che festa del patrono… appena si accenderanno gli altoparlanti della piazza… me le strappo quelle radici.
Altro che musica, fuochi d’artificio, cori e casino, casino, fate sempre casino!
Ve lo do io il grande botto.
E poi la pace.
Finalmente.

Non ne posso più di questo rumore.

lunedì 13 settembre 2010

Paradormo.

Ho un sacco di idee da scrivere, tra le quali quella di non scrivere.

p.s. è solo un periodo di ultra-lavoro, arrivo a sera che le idee che dovrei elaborare e scrivere, le guardo, sbadiglio e vado a nanna... ma finisce e torno eh?

giovedì 26 agosto 2010

Luglio dissolve.



Cielo basso, madido, inzuppa palpebre e sbadigli, e non ci vedo più bene.
Al canale giusto devi sintonizzarti, ma non riesco, mi sgancio, vago, me ne vado a occhi in su, cambio senza accorgermene, senza aria condizionata, giacchecravatta, gentechenonsiconosce... è meglio non guardarlo, questo canale qui, lo so.
Ma così capita, quando vedo luce tramontare su barbe sfatte, palazzi lucidi, e in fondo a un viale grigio candido, sento le mamme ancora in costume, i bambini e le maschere da sub, la polvere, i sassi bianchi...
Ma no, no, ma no, lo so che là c'è solo stazione Garibaldi, spifferi di povertà, sporco, vite invisibili, cambia canale, cambia, ritorna, torna tra loro.

Questo dolore nelle ossa, muscoli, pensieri, un fischio costante, dice che devi staccare, basta lavorare, ora dormi bel fiulett, fai la ninna.
Per quello ho sabbia agli angoli degli occhi, tra dita di piedi, corro che scotta, ma no, no, ma no... sono sul marciapiede, guarda, lì c'è una bella merda di cane, poi mozziconi di sigarette, truppa sbarcata da posacenere d’auto, via!, rompere le righe!, nessuna sabbia, da nessuna parte... nella tua vita, da nessuna parte c'è il mare, cambia, torna di qui.

Nemmeno di notte, quando ondeggia solitudine, finestre ancora accese, semafori che parlano al vuoto, toglie peso alle tempie, nemmeno di notte c’è il mare, in questa città così stanca, stesa sul fianco, che sviene, e nessuno in giro, nessuno, dove vuoi andare, ritorna.

Deve essere per quello, sì.
Non riesco a tornare.

Bene.
Se non ci riesci, allora vai.
Un passo dopo l’altro, così, risacca scura che bagna caviglie, poi ginocchia, e son dentro, fin al torace.
Continuo?
Eh sì.
Vado, per forza, io vado.
Senza voltarmi, nemmeno un saluto.
Dentro, mi immergo.
Fino al collo.

Perché c'è.
Questo mare.
Là in fondo, a fine discesa, tra piazze, zingari e binari del tram.
Croste d'asfalto, parchi vuoti e platani secchi.
C’è.
Non mi volto, no, no.
Continuo.
Son sotto.
Scompaio.

Di nero ora brillo.

Affanculo anche Agosto.


mercoledì 18 agosto 2010

Impossibile saggezza...

Oggi mi volevo fare del male, così, di primo mattino, appena assittato in quel dell'ufficio help-desk.
Mi entra l'Impossible Man, e subito lo apostrofo:


Peppermind: Ehilà!
Hai visto?

È morto Cossiga!

(attesa...)

Impossible: Vabbe', era vecchio.

(delusione... ma ancora attesa...)

Peppermind
: ...


Impossible
: ...


Peppermind: Tutto qui?

Impossible: Piuttosto: è morto anche Pertini!

Ah, ecco.