È un uomo qualunque, una vita normale, tra le tante.
Vive da solo, non ha mai avuto una relazione vera, i progetti, i desideri, quel futuro che fa parte di tutti i giorni, immaginato, masticato assieme, quello gli manca, ma resta una vita decente, emozioni, risate, amici, parole, amiche, sesso, affetto. Una vita che va bene così.
È un uomo qualunque, ma va bene così.
Sì, vero, a volte gli prende qualcosa dentro, ascolta tanta musica, ad alto volume, a occhi chiusi, dondola la testa, vola chissà dove.
Ma poi torna, perché va bene, è una vita qualunque, ma va bene, ci puoi tornare senza morire.
Però certe notti… certe notti sente qualcosa.
Allora esce e cammina, cammina, verso il mare, la spiaggia, poi il lungomare spazzato dalla solitudine, la carta straccia nel vento, un paese addormentato già da ore, i granelli di sabbia e sale sotto le scarpe, il bavero alzato, la testa bassa.
Arriva fino al molo, e cammina, cammina fino alla fine, dove ci sono gli scogli, il mare che sbadiglia la sua potenza d’inverno, il fragore, nebbia d’onde tra i capelli, urlo gutturale, immenso e scuro.
Si siede, guarda tutto quel nero, luci lontane, lampare, Arenzano seduta lì di fianco, a volte Genova in fondo al nulla, e si stringe stretto.
Immagina i figli che non ha. Le colazioni, le domeniche, il sole che fa brillare la tavola, sua moglie che sorride di nascosto. Si immagina seduto per terra che fa buffe costruzioni coi lego, suo figlio che ride, sua figlia che lo rimprovera perché non fa il serio.
Pensa che non li avrà mai.
Allora piange.
Inizia come un mugugno, tra il cuore e le costole, poi dilaga dalla bocca, a voce alta.
Le lacrime sulle labbra spaccate, la gola scorticata.
Piange forte.
Come un bambino.
Tanto nessuno lo sente.
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